24 October 26 di Gabriele Montanaro
QUELLA PARTE DI PIANOFORTE TROPPO FACILE
Che cosa lega una partitura di Beethoven all'innovazione tecnologica? E in che modo il progresso degli strumenti, le trasformazioni del fare musica e, oggi, l'intelligenza artificiale hanno cambiato il rapporto tra creatività e innovazione? Da queste domande prende le mosse il primo talk tematico di Officina – Ingranaggi combinati, la rassegna che esplora le connessioni tra musica e altri mondi. Protagonisti dell'incontro Michele Mo, direttore artistico di OFT, Stefano Buscaglia, direttore sviluppo strategico della Fondazione LINKS, e Gabriele Montanaro, presidente di OFT, in una conversazione che attraversa oltre due secoli di storia musicale per interrogarsi su ciò che rende davvero innovativa un'idea.
Nel Triplo Concerto di Beethoven la parte del violoncello è molto complessa, mentre quella del pianoforte si può affrontare senza troppi patemi. Secondo la tradizione, a suonarla doveva essere il committente, l’arciduca Rodolfo, che di Beethoven era allievo ma non aveva la tecnica di un virtuoso, e così la partitura si è adattata. È una storia che dice molto su come nasce la musica e su quanto sia lontana dall’immagine che spesso ne abbiamo. Quando pensiamo alla musica classica pensiamo a qualcosa di antico e immobile, eppure ogni pagina del grande repertorio, quando è stata scritta, era la più nuova che si potesse ascoltare. E quasi niente di quello che accade oggi in una sala da concerto c’era fin dall’inizio: gli strumenti, le forme, perfino l’abitudine così naturale di ascoltare seduti e in silenzio.
Il flauto, per esempio, è stato a lungo un tubo di legno a cui si sono aggiunte via via piccole chiavi di metallo finché Theobald Böhm non ne ha ridisegnato l’intero meccanismo, poi adottato anche dal clarinetto. Il sassofono è nato a metà Ottocento, quando l’industria ha imparato a lavorare il metallo in modo nuovo, e senza di lui il jazz avrebbe avuto un’altra voce. E lo stesso vale per molti strumenti a percussione. Gli artisti hanno sempre cercato il nuovo ed è la storia a stabilire che cosa merita di restare: Beethoven è rimasto, gli intonarumori dei futuristi, che pure erano un’idea coraggiosa, non sappiamo cosa siano.
Gli economisti distinguono fra le innovazioni che migliorano poco a poco ciò che esiste e altre che lo spazzano via. La musica tende a confondere le categorie. Il telaio in ghisa del pianoforte, che ha permesso di tendere le corde con una forza prima impensabile, sulla carta è un perfezionamento tecnico trascurabile, ma ha cambiato in profondità la musica che i compositori potevano sperimentare, adattandosi anche alla dimensione delle sale da concerto.
C’è tuttavia un elemento che in duecento anni è rimasto uguale: il modo in cui un’orchestra prepara un concerto. Si prova, si torna sullo stesso passaggio finché non funziona come accadeva ai tempi di Brahms. Oggi un direttore può ascoltare decine di incisioni differenti prima di salire sul podio e i musicisti possono segnare le arcate su un tablet anziché sulla carta, ma il tempo che serve a un ensemble per trovare un suono comune non è stato modificato in modo radicale. Lo stesso vale per il rapporto fra chi compone e chi suona, che costituisce una relazione feconda e carica di innovazione. Chi commissiona musica nuova, a ben guardare, fa qualcosa di simile a un centro di ricerca, perché accetta un rischio sapendo che la gran parte dei tentativi non lascerà traccia. Delle molte sinfonie scritte da altri compositori nei medesimi anni della Settima di Beethoven ne ricordiamo pochissime e in un laboratorio non è diverso: si prova molto, quasi tutto è inutile e solo ogni tanto arriva il risultato che nessuno aveva previsto, che però non esisterebbe senza tutti gli altri tentativi.
Inevitabilmente, l’intelligenza artificiale, che compone ricombinando una quantità enorme di musica già scritta, oggi modifica ancor più radicalmente il rapporto tra musica e innovazione. Anche Mozart ricombinava, prendendo con grande disinvoltura da sé stesso e dagli altri, ma era una persona che parlava ad altre persone e i suoi percorsi sono ancora oggi ricostruibili, cosa che con la black box dell’intelligenza artificiale non è possibile. Può far risparmiare mesi di lavoro, e non è poco; che vada oltre l’imitazione, almeno per ora, è difficile da credere. Ogni tecnologia cambia qualcosa nel mondo in cui arriva, ma che cosa cambi dipende in buona parte da come scegliamo di usarla.
La conversazione integrale si può ascoltare su Spotify nel podcast "ACCENTI - Speciale Talk".
Categorie: Parole e musica
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